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La stazioncina di via Romana Vecchia era stata appena ripulita. È durata un mesetto, così tutta linda, ma forse qualcuno l’ha considerata come una tela intonsa e subito s’è dato da fare per creare artisticamente delle scritte. Noi, che non capiamo l’arte, ci pare che quelle espressioni, nella migliore delle ipotesi, siano il segno di una espressività che per affermarsi ha bisogno di sopraffare, un bisogno di urlare la propria esistenza, urlare i propri amori più o meno impossibili, più o meno tre metri sopra il cielo. Il voler metabolizzare le proprie sofferenze senza lo sforzo indispensabile per comprenderle e superarle in positivo, cioè nella direzione dell’acquisizione delle energie che anche le sofferenze possono darti. Il risultato è un senso di tristezza che quella stazione, quelle mille e mille stazioni, riescono a darti. Una tristezza tanto grande quanto castrati sono quegli urli. Si perché anche per fare un graffito devi impegnare le tue energie, la tua cultura, quel saper fare che si apprende con il voler apprendere e con l’ascolto, con il rubare con gli occhi come ti direbbe qualsiasi artigiano se lo vai a spiare nella sua bottega.
Quanta strada dobbiamo fare tutti insieme per parlare di senso civico senza farci guardare come un film in una lingua straniera senza sottotitoli (e Jovanotti ci scuserà se gli rubiamo un suo verso) ?
Le foto documentano come era prima, la ripulitura e la situazione attuale.
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febbraio 2008
marzo 2008
17 marzo 2008
colibrì
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